I giovani stanno riscoprendo l’agricoltura, lo dicono le statistiche, ce lo rimbalzano i giornali. Anche le fonti di finanziamento, in massima parte provenienti dalle risorse UE, stanno assecondando questa “riscoperta” (anche se non è mai una buona idea intreprendere un’attività solo perchè è sostenuta economicamente).

Parallelamente sta crescendo nel nostro paese un particolare tipo di agricoltura con carattersistiche spiccatamente di natura “sociale”. C’è una nuova legge, la Legge 141/2015, che disciplina e definisce l’agricoltura sociale, nella quale la coltivazione della terra può essere intesa come un’attività sociale inclusiva e capace di generare relazioni virtuose nella società, orbitanti nell’ambito del terzo settore.

Offrire servizi di natura sociale attraverso l’agricoltura può consentire alle diverse forme di sostegno finanziario pubblico di superare la logica di trasferimenti di tipo verticale tra soggetto pubblico e attore privato erogatore del servizio, per indirizzare le risorse nel sostenere percorsi di sviluppo rurale nei quali il tema dell’agricoltura sociale venga assunto come uno degli assi di sviluppo del territorio non il mezzo di pagamento di servizi a singoli soggetti prestatori.

Se ciò è vero, lo è maggiormente nei confronti di forme di piccola agricoltura o di agricoltura familiare, nelle quali la meccanizzazione agricola non abbia preso il sopravvento e dunque prevalga la relazione tra le persone. Ma anche aree più svantaggiate, nelle quali l’agricoltura viene praticata in condizioni meno favorevoli,  trarrebbero certamente beneficio dall’esercizio di questa attività di natura collaterale rispetto a quelle strettamente di coltivazione o allevamento.

Qualche approfondimento sul tema lo trovate in un post dedicato all’agricoltura sociale del sito di Cliclavoro e in un altro, sempre di cliclavoro, dedicato a lavoro e agricoltura.

In allegato invece qualche documento di approfondimento